Natura

Parchi fluviali italiani


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Riportiamo di seguito le impressioni del coordinatore dei parchi fluviali italiani, Agostino Agostinelli.

Speriamo in un’opportunità in più !

Da qualche tempo abbiamo rimesso in piedi il coordinamento dei parchi fluviali. Intendiamoci: è ancora tutto da fare, non ne abbiamo nemmeno parlato in direttivo, quello che scrivo di seguito è una sorta di riferimenti generali tutti da verificare (slalomeggiando fra improbabili revisioni della 394 e, nel mio caso, il nuovo statuto che tutti i parchi lombardi devono redigere ed approvare a breve!)

Ma, come si fa nelle buone famiglie, alle cose importanti si deve comunque prestare attenzione, e bene fa Federparchi ad insistere sui coordinamenti di settore. Fra cui, appunto, i parchi fluviali. Ora, non mette conto spendere qui tempo e spazio  a spiegare l’importanza dei fiumi: tra persone di mondo ci si capisce, chi segue appena un po’ le cose sa bene il peso ed il ruolo del sistema fluviale, con particolare attenzione al grande bacino padano, nell’equilibrio dinamico fra tutela della biodiversità, attenzione al territorio, entropìa (e se dicessimo tout-court disordine?)  indotta dall’azione umana.

L’ecosistema fluviale è, quasi per definizione, uno dei più complessi, per questo – certo non casualmente – la gran parte dei fiumi sono tutelati (in Lombardia tutti i fiumi significativi che scorrono da nord a sud sono a regime di parco regionale, mentre  non lo è il Po, ma ne parleremo…).

Ma veniamo più al dunque delle cose. Costruire un coordinamento significa assegnarsi degli obiettivi, darsi della ragioni, costituirsi parte attiva per arrivare da qualche parte. Provo a tracciare alcune linee diciamo programmatiche, fondate su tre punti – chiave: tutela della risorsa idrica, recupero della dimensione culturale generale dei fiumi, modalità gestionali e organizzative.

1) Tutela. Riuscire ad avere un accettabile livello complessivo di qualità delle acque, con politiche territoriali (regionali, ma non solo) capaci di costruire parametri omogenei per coordinare i regimi di tutela delle acque – sotto l’aspetto biologico, chimico-fisico e dell’ecosistema “combinato” – è il primo l’obiettivo fondante. Ben sapendo che questo contrasta con le politiche di regimazione forzata dei corsi d’acqua, con gli interventi di natura ingegneristica audaci e sa dio se utili (penso all’idea di bacinizzazione del Po, che so anch’io essere non solo inutile ma sommamente dannoso). E’ ovvio che ciascun fiume ha la sua “storia” morfologica, il suo alveo è unico e non riproducibile, ma operare affinchè si abbia un  sistema omogeneo di interprestazione e di intervento mi sembra il minimo. «Una volta il fiume si beveva», scriveva in un saggio Domenico Rea: pensare di tornarlo a fare forse non è un’utopia.

2) Cultura. Mi affascina molto il grande segno  culturale, oserei dire antropologico, che i fiumi hanno sempre rappresentato (conosco il bacino padano, ma immagino valga anche per il resto).  Mi è più facile e comodo usare il Po come riferimento, perché il grande fiume ha, più di altri,  tanti padri che ne hanno scrutato la vita: da Brera a Bacchelli, per dire di qualcuno che  ne ha scritto, da Rossellini a Pupi Avati, per dire di qualcuno che ne ha filmato, dal Ligabue che ne ha dipinto al Ligabue che ne ha cantato….
Nomi diversi, radici lontane, medesime acque. Da Plinio in poi gli uomini (alcuni, purtroppo non tutti…) hanno capito che il grande fiume modella non solo sponde e terreni, ma modi di vita, lavori, comportamenti: culture materiali, insomma. Va amato e temuto e accarezzato… ma mai forzato e violentato. E lo stesso valeva (vale?) per il Ticino, l’Adda, il Mincio, l’Oglio… Insomma, perché  non provare a far riemergere l’antropologia del fiume, come antidoto e contrasto all’appiattimento produttivo-distrutttivo degli ultimi quarant’anni, perché non lavorare attorno ad un’idea altra dello sviluppo delle grandi aree segnate dai percorsi fluviali?

3) Fare. Tutto questo va poi tradotto attraverso qualche operatività. Anche qui ne vedo tre: a) strutturare il coordinamento su base regionale o comunque di macroarea, avendo in tal modo dei referenti certi ed in grado, a loro volta, di interloquire con il proprio sistema territoriale; b) lavorare in modo prioritario sul tema del Po e dell’unificazione delle politiche di tutela sia nell’area lombarda che in quella emiliano-veneta; definire un sistema di rapporti agili, che facciano viaggiare di più le idee e le proposte che non le persone (sennò l’elettronica a che serve?).

Su questo terreno, in parte operativo in parte più programmaticamente complesso, credo debba svilupparsi l’azione nostra. Appena superati gli scogli della contingenza ravvicinata, ci si metterà al lavoro.